Sette giorni per farsi un amico

Il nocciolo della storia

Se vuoi davvero farti un amico, comincia tu!
Per farsi amare è necessario “essere amabili”.

Quest’anno, Tobia è proprio contento. Frequenta la scuola dei grandi e tutto gli sembra imponente. L’atrio, il cortile, gli alberi, l’ufficio della direttrice…

Quest’anno, Tobia è proprio contento. Frequenta la scuola dei grandi e tutto gli sembra imponente. L’atrio, il cortile, gli alberi, l’ufficio della direttrice.
Anche i compagni sono più grandi. Ce n’è di prima di seconda, di terza, di quarta e perfino di quinta!
Il primo giorno, Tobia si siede sulla panchina e guarda i compagni in cortile. Si conoscono tutti. Sono vestiti tutti allo stesso modo, con le t-shirt colorate e i jeans.
Danno calci a un pallone leggero bianco e rosso. Ogni volta che colpiscono il pallone, Tobia ha un colpo al cuore.
Gli piacerebbe tanto giocare, ma le squadre sono già fatte.
«È normale» gli dice la sua mamma alla sera. «Abitiamo da poco in questo quartiere. Loro si conoscono dalla scuola d’infanzia.
Tutto si aggiusterà.
Vai verso di loro, sei grande ormai!»

Il secondo giorno, Tobia si alza dalla panchina,
e passeggia per il cortile.
I bambini fanno un gioco strano tutti in cerchio.
Tobia non conosce quel gioco e gli pare molto complicato.
Un grande della classe grida: «La maestra in slip!»
Non è buffo, ma Tobia ride più forte degli altri.
Nessuno però gli chiede di giocare.
Alla sera, la mamma gli domanda se si è fatto un amico.
Tobia si arrabbia e batte più volte il pugno sul tavolo:
«No! Non ho nessun amico!»
La mamma ha l’aria triste.

Il terzo giorno, Tobia prende il coraggio a due mani.
In cortile, si avvicina al gruppo dei bambini.
Ce n’è uno, Corrado, che sembra il capo.
Corrado lo guarda: «Che vuoi?»
«Posso giocare con voi?»
«Sai giocare ad Acchiappa il gatto?»
«No» mormora Tobia.
«Allora non puoi giocare»
E Corrado gli volta le spalle.

Il quarto giorno, quando suonò la campana,
gli scolari si misero a correre e a gridare di gioia.
Per loro, il suono della campana era gradevole.
Significava che cominciava il divertimento.
Per Tobia invece, era un suono sgradevole, orribile e insopportabile.
Si sentiva un groppo in gola,
avrebbe voluto scomparire sotto un tavolo.
A casa, si divertiva anche da solo. Era figlio unico e aveva tanti giochi elettronici.
Ma qui, nel cortile, era un’altra cosa. Si sentiva una mummia.
I muri ridevano di lui e gli alberi protendevano i rami minacciosi.
Aveva le lacrime agli occhi. Non si era mai sentito così infelice in tutta la vita.
Alla sera, la mamma gli fece la solita domanda.
Non rispose. Si sentiva mortificato come dopo un brutto voto.

Il quinto giorno,
si sentiva proprio male, come quando aveva mal di pancia.
La maestra gli domandò:
«Tobia, ti diverti in ricreazione?»
Tobia fece no con la testa.
«L’ho capito dai tuoi occhi, che parlano al posto tuo.
Avresti dovuto parlarne a me. Subito.
È difficile essere il nuovo della classe, vero?
Gli altri si conoscono tutti,
e per loro è difficile venire da te».
Mentre la maestra parlava il mal di pancia di Tobia diminuiva.
Come per magia.
La maestra strinse forte le mani del bambino:
«Ci vuole un po’ di tempo per farsi degli amici.
Non posso portarti io da loro. Crederebbero di essere obbligati ad essere tuoi amici.
Non sarebbe bello. Né per te, né per loro.
Tu puoi proporre qualche gioco, raccontare una storia buffa,
portare un gioco da fare insieme.
Tanto per incominciare, aiutami a distribuire sui banchi il quaderno dei compiti».
Tobia restò con la maestra e arrivò in ricreazione un po’ dopo.
Una bambina con le trecce brune, Carlotta, corse da lui.
«Dov’eri, Tobia? Sei malato?»
Tobia era sorpreso. Era la prima volta che qualcuno lo chiamava con il suo nome.
Allora lo conoscevano!?
«Ho aiutato la maestra a distribuire i quaderni».
«Sai giocare a “Pigliarello con rialzo”?» chiese Carlotta.
«Sì!» rispose Tobia. «Domani, porterò Tango Xango, d’accordo?»
Adesso era tutto enormemente magnifico.
Gli alberi applaudivano con i loro rami.
Tobia si sentiva proprio bene.
Domani, domani, sarebbe stato uno della banda.

Il gioco

il gioco del grazie

Per i più grandi

Yae Long Loo (THAILANDIA)

Quattro giocatori (le lucertole) vengono legati con due corde, annodate prima ai loro fianchi e poi una all’altra, a metà (un bimbo dispettoso ha legato tra di loro le code delle lucertole). Ai quattro angoli di un quadrato, di fronte ai quattro giocatori, vengono posati altrettanti fazzoletti (le tane delle lucertole). Al via ogni lucertola cerca di raggiungere la sua tana, ostacolata dalle tre compagne legate con lui, cercando di non farsi male. Vince chi raccoglie per primo il suo fazzoletto.

Per i più piccoli

Realizzate questo bel poster a colori.

La preghiera del giorno

Sia santificato il tuo Nome
non il mio,
Venga il tuo regno
non il mio,
Sia fatta la tua volontà
non la mia,
Donaci pace con te pace con gli uomini
pace con noi stessi
e liberaci dalla paura.