La gente che volava

Il nocciolo della storia

L’anelito della libertà è una forza potente dentro ogni creatura umana. Essere dominati, prigionieri, schiavi o in qualunque forma di costrizione suscita in tutti un irresistibile istinto di ribellione. È la più profonda e dolorosa delle umiliazioni che si può infliggere. Eppure in questo mondo gli schiavi e i prigionieri sono sempre esistiti ed esistono ancora. Il Creatore ha dato agli uomini le ali della libertà e troppi uomini se ne dimenticano. Gesù, con la sua Risurrezione, ha voluto che gli uomini sapessero di “possedere le ali” e di essere destinati a vivere nel “cielo”.

Si dice che in Africa, tanto tempo fa, alcune persone sapevano volare in aria come rondini sui campi, e che il cielo blu era pieno di ali lucenti e scure.
Poi molta gente fu presa in schiavitù: quelli che sapevano volare abbandonarono le ali…

Si dice che in Africa, tanto tempo fa, alcune persone sapevano volare in aria come rondini sui campi, e che il cielo blu era pieno di ali lucenti e scure.
Poi molta gente fu presa in schiavitù: quelli che sapevano volare abbandonarono le ali. Non era possibile portarle sulle navi, perché erano troppo affollate di schiavi.
La gente era piena di miseria, in quei viaggi, e non poteva più respirare il dolce profumo dell’Africa, e stava male per l’oscillazione del bastimento, e si dimenticò il volo.
Ma quelli che sapevano volare, anche se non avevano più le ali, avevano ancora la magia, e la mantennero anche nella terra della schiavitù. Erano come le altre persone dalla pelle nera arrivate dall’Africa, e non si poteva più distinguere, laggiù, chi sapeva volare e chi non lo sapeva.
Uno di quelli che sapevano volare era un vecchio che si chiamava Toby.
E c’era anche una donna molto alta e molto spaventata che si chiamava Sara, e che un tempo aveva avuto le ali. Sara portava un bambino legato alla schiena, e tremava sentendosi così sfruttata e disprezzata.
Gli schiavi, bisogna sapere, lavoravano dall’alba al tramonto per il proprietario dei campi, che si faceva chiamare il Padrone, duro come un blocco d’argilla, immobile come la pietra.
Il suo Sovrintendente girava a cavallo e segnalava gli schiavi che lavoravano di meno a uno che era detto il Conducente, che faceva schioccare la frusta sulla loro schiena, aprendo nella loro carne dei tagli dolorosi. Così gli schiavi dovevano muoversi più in fretta.
Sara zappava la terra, con il bambino addormentato sulla schiena. Ora capitò che il bambino ebbe fame, e si mise a piangere e gridare: ma Sara non poteva fermarsi a dargli da mangiare, a calmarlo e cullarlo, cantandogli la ninnananna, e così lo lasciò piangere.
«Fa’ tacere quel coso!» le gridò il Sovrintendente, dalla sella del suo cavallo bianco.
La donna si chinò, cercando di farsi piccola, ma il Conducente fece schioccare la frusta sul bambino, che gridò come grida un bambino ferito, e Sara cadde per terra. Toby, che lavorava lì vicino, l’aiutò ad alzarsi.
«Bisogna andare via» lei disse.
«Sì, bisogna» rispose il vecchio.
La donna non riusciva più a stare in piedi, era troppo debole. Il sole le bruciava la faccia e il bambino strillava.
«Pietà di me, pietà!» gridava Sara, triste e debole e affamata, seduta per terra.
«Alzati in piedi, brutta negra!» gridò il Sovrintendente, puntandole contro la frusta.
La frusta del Conducente sibilò, e si arrotolò attorno alle caviglie di Sara, strappandole il vestito di tela di sacco, e facendole sanguinare le gambe.
La donna cadde, e non riusciva ad alzarsi. Toby era lì vicino: solo lui aiutava la donna e il bambino.
«Ora, prima che sia troppo tardi, Padre mio!» disse Sara ansimando.
«Sì, Figlia, ora è il momento» disse Toby. «Va’ come sai andare».
E sollevò le braccia verso di lei, dicendo parole: «Kum, yak, kum buba tambe» e molte altre ancora, pronunciandole così rapidamente che sembravano sussurri di preghiere.
La giovane donna sollevò un piede, poi l’altro, e si staccò dal suolo.
Prima volò goffamente, stringendo il bambino fra le braccia per non farlo cadere, poi sentì la magia nel sangue, e salì libera come un uccello, e leggera come una piuma.
Il Sovrintendente le corse dietro spronando il cavallo bianco e gridando, ma Sara volò sopra i recinti, sopra i boschi, sopra gli alberi più alti, che le sfioravano i piedi.
Nessuno poteva fermarla, era come un’aquila, e scomparve alla vista. Nessuno osava parlarne, e chi non l’aveva vista volare via non ci credeva.
Ma quelli che erano là, e l’avevano vista, sapevano che era vero. Il giorno dopo, nei campi, faceva ancora un caldo da morire. Un giovane schiavo cadde per terra, bagnando le zolle con il sudore della schiena. Il Conducente arrivò di corsa e lo prese a frustate: ma ecco avvicinarsi Toby, e sussurrare qualche parola, quelle dell’antica Africa, che non si possono dimenticare.
Il giovane, appena le udì, si sentì sollevare in aria, fece una capriola, e volò via.
Un altro e poi un altro caddero per la fatica: Toby era là, e tese le braccia verso di loro, dicendo: «Kum, yak, kum buba tambe!»
Erano sussurri e sospiri, e nessuno che li sentiva sapeva come ripeterli: ma i due caduti salirono in aria, cavalcando la brezza calda, splendendo e girando sopra la testa del Sovrintendente.
Volarono sulle file di gente, sui campi e i recinti, e il bosco, e scomparvero.
«Prendete quel vecchio!» gridò allora il Sovrintendente. «L’ho sentito dire parole magiche, prendetelo!»
L’uomo che era chiamato il Padrone arrivò.
Il Conducente arrotolò la frusta per lanciarla attorno alle gambe del vecchio, mentre il Padrone estraeva la pistola dalla fondina, perché voleva uccidere il vecchio Toby.
Ma Toby rideva. Buttò la testa all’indietro e disse:
«Non sapete chi sono? Non sapete chi siamo, noi, su questo campo? Noi siamo quelli che volano!»
E in fretta disse le antiche parole, le disse guardando tutti quelli che erano sotto la frusta: «Bubajali, buba tambe …»
Ci fu un grandissimo grido.
Le schiene piegate si raddrizzarono, e gli schiavi si presero per mano, e cantarono in cerchio, ma subito il cerchio si ruppe, e tutti si sollevarono in aria, come un nero stormo lucente, come ombre, sopra la piantagione, liberi come uccelli.
E anche il vecchio Toby volò via con loro, guidando il loro volo, senza piangere né ridere, perché era il Profeta.
Così dicono che accadde, là nella terra degli schiavi, anche se il Sovrintendente disse che era stato un gioco di luci, e il Padrone che non era successo niente, e il Conducente rimase zitto.
Gli altri schiavi, quelli che non sapevano volare, raccontarono la storia ai loro bambini, e quando i bambini furono grandi, e furono liberi, raccontavano ai loro figli quella storia vicino al fuoco, nelle case e fuori, sotto la luna.

Il gioco

il gioco del grazie

Per i grandi e piccoli

Terra o mare

In questo gioco tutti devono fare quello che dice il capitano.
Tracciate una linea sulla sabbia o in terra col gesso. Poi scegliete un capitano.
II capitano si posiziona alla fine della linea mentre gli altri stanno con un piede da una parte e l’altro dall’altra.
Un lato della linea è la riva, la terra, e l’altro è il mare.
Il capitano grida a caso: Terra! oppure Mare! e tutti devono saltare sul lato corrispondente.
Il capitano può fingere di iniziare con un comando e darne invece un altro.
Chi tocca la linea o salta dalla parte sbagliata, esce dal gioco. Vince l’ultimo rimasto in gara.

La preghiera del giorno

Vorrei tenere, vorrei trattenere,
nascondere ciò che è mio, chiudere a chiave ciò che mi appartiene.
Ma tu, mio Dio,
dici: “Apri le mani,
non tenere:
tutto ciò che non è donato è perduto».
Signore,
apri le mie mani per donare.
Con te, sarò libero,
e vuoto, tutto vuoto,
per riempirmi del tuo amore!